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Giò 26

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Ilaria ...wrote:
Tanti tanti auguri
per uno splendido 2009!!
Ilaria
Dec. 31
alessandrawrote:
AUGURISSIMIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!
Dec. 25
giuliawrote:
ciaoooo.... ricambio con molto piacere gli auguri: Buon NataleA bocca aperta
Dec. 24
Luciawrote:
BUON NATALE TEDESCO!!!
Dec. 24
Dec. 24
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July 08

Nuove divise Juventus stagione 2009/2010


Alla vigilia della partenza della squadra per il ritiro di Pinzolo sono state presentate le maglie da gioco per la stagione 2009-2010. L’evento, organizzato alle OGR (Officine Grandi Riparazioni), suggestiva location nel centro di Torino, ha visto la partecipazione dell’amministratore delegato Jean-Claude Blanc e dell’allenatore Ciro Ferrara, mentre le divise sono state indossate dai protagonisti: Manninger, Amauri, Diego e Sissoko. Per Nike Italia presente il general manager Andrea Rossi, che ha illustrato le novità, relative soprattutto alla seconda divisa, quella da trasferta. Entrambe le maglie hanno un significato che vuole rifarsi alla storia del Club. In particolare la prima maglia, che, presentando strisce bianconere più strette, ricorda la casacca indossata dai protagonisti del Quinquennio (1930-1935), quando la Juventus conquistò 5 scudetti consecutivi. I pantaloncini sono bianchi, con banda laterale bianconera, mentre i calzettoni, sempre bianchi, riportano una sottile linea nera con la scritta “Juventus” stampata sul polpaccio.

La seconda maglia rappresenta la vera novità della stagione. Prendendo spunto dalla celebre frase dell’Avvocato Giovanni Agnelli prima della finale di Champions League contro l’Ajax del 1996 («Se loro sono una squadra di pittori fiamminghi, noi saremo dei piemontesi tosti»), ecco la novità: una maglia color acciaio, con una fascia bianconera sul davanti. I pantaloncini abbinati sono neri con banda laterale che ne richiama il colore. I calzettoni sono neri con la scritta Juventus in grigio sul polpaccio.

Il materiale utilizzato per la maglia Nike che indosserà la Juventus nella prossima stagione è dry fit. La divisa è estremamente leggera, un velo addosso ai giocatori.


Ecco i primi commenti:

«Oggi - ha dichiarato Jean-Claude Blanc - diamo il via alla nuova stagione che ci auguriamo potrà essere ricca di emozioni e di grandi risultati. Tutto il gruppo bianconero lavorerà con tenacia per confermare il valore che questa maglia porta indissolubilmente con sé. In questi sette anni di collaborazione, Nike ha sempre saputo cogliere questo spirito, realizzando anche questa volta un prodotto che rispecchia in pieno la storia e il blasone della Juventus» «Abbiamo grandi aspettative. Non facciamo i pronostici oggi ma preferiamo dare il massimo sul campo e vedere dove riusciremo ad arrivare. L'importante è crescere e proseguire nel nostro progetto». Un solo ordine da parte di Blanc: «Non dobbiamo mai mollare. Questo è nel dna della Juve. Dovremo sempre dare il massimo in ogni settore, sia calcistico che societario. Sarà un campionato molto combattuto e speriamo di giocare un ruolo importante».
.

Ciro Ferrara:  «La prima maglia, che ricorda quella degli anni Trenta, quella che contribuì ad assegnare alla Juventus il soprannome di "Fidanzata d’Italia", ci accompagnerà verso nuovi e prestigiosi traguardi. La seconda coglie in pieno lo spirito combattivo e tenace della società, degli atleti e dei nostri tifosi». «Il gap con l'Inter e le grandi d'Europa è meno evidente. A parte il Real Madrid in Europa non ho visto grandi investimenti sul mercato. Noi abbiamo lavorato molto bene e abbiamo rafforzato la rosa con grandi innesti e ne arriveranno ancora altri. Non sento pressione addosso. Io voglio arrivare lontano e so che possiamo farcela».

"Momo" Sissoko: «Sono al cento per cento e sono pronto per la nuova stagione bianconera».

Diego: «Non vedo l'ora di giocare con questa maglietta addosso. La Juventus è un sogno»

Amauri con la maglia numero 11 lasciata in eredità da Nedved: «Spero di poter fare tanti gol e che sia decisivi per vincere qualcosa di fondamentale. Diego? Sono molto felice del suo arrivo, un rinforzo molto importante che ci darà una grossa mano per questa stagione».


Infine Andrea Rossi ha spiegato le scelte Nike: «La prima maglia rispetta la tradizione bianconera, ispirandosi al Quinquennio, per la seconda invece ci siamo ispirati al carattere e all’orgoglio che ha sempre contraddistinto la squadra nel panorama calcistico internazionale. Da qui è nata l’idea del color acciaio, con la banda trasversale bianconera. Ci auguriamo che queste nuove maglie possano dare un contributo importante per affrontare la nuova stagione»



Il NUMERO DI DIEGO

Una volta ri­nunciato al 10, si trattava di scegliere tra numerose possibilità. Parecchi sostenitori trovava la tesi che Diego avrebbe optato per l’ 8 appena abbandonato da Amauri (che a sua volta è andato a riprendersi l’ 11 lasciato libero da Pavel Nedved) ma si trattava di una falsa pista. Non è un mistero che l’ex trequartista del Werder Brema avrebbe gradito il 19, perché la somma dei due numeri da 10 e in quanto si tratta del numero utilizzato nella nazionale brasi­liana, ma alla Juve anche quello è risultato occupato. Da Claudio Marchisio, il quale evidentemente di lasciarlo non aveva molta voglia, ammesso gli sia stato chiesto. Anche la pos­sibilità di invertire i due numeri è stata presa in considerazione da Diego, ma alla fine scartata perché il 91 gli appariva eccessivo. Infatti il numero che lo accompagnerà nella sua prima stagione juventina è un altro. Sulla nuova maglia bianconera, proprio sotto la scritta Diego, comparirà il 28. Gradito al neo juventino non soltanto per il solito discorso della somma che dà 10, ma soprattutto perché si tratta del giorno in cui è venuto al mondo. Per l’esattezza il 28 febbraio 1985. Per gli amanti del genere possiamo dire che il 28 è definito un “ numero magico” tanto nell’ambito di una scienza esatta come la fisica nucleare (questo poiché si tratta di un numero di nucleoni tale per cui essi sono sistemati in livelli completi all’interno del nucleo atomico, ma non chiedeteci cosa significhi), quanto da chi è incline al misticismo, in quanto 28 sono i giorni del ciclo lunare, della fertilità femminile, ecc. I tifosi della Juve si augurano soprattutto che sia il loro numero 28 a regalare magie in serie, cosa piuttosto probabile alla luce dei suoi precedenti.




 


Pirrone: un altro teste così e si vince la causa!

DA "Juventinovero TEAM"

Pirrone: un altro teste così e si vince la causa!



Per prima cosa dobbiamo chiederci cosa sono le cose e come esse sono costituite.
Secondariamente, ci chiediamo come noi siamo legati a queste cose.
In terzo luogo, ci domandiamo come dovrebbe essere il nostro atteggiamento nei loro confronti.
Riguardo a cosa sono le cose, possiamo solo rispondere che non sappiamo nulla.
Noi sappiamo solo come le cose ci appaiono, ma sulla loro essenza intrinseca siamo ignoranti.”
(Pirrone, filosofo greco, 365-270 a.c.)



Eccolo finalmente, si era già detto che senza dubbio prima o poi i testimoni chiave sarebbero arrivati.
Ora possiamo anche spiegarci la presenza di Moggi per la prima volta al processo, ancora un arbitro avrà pensato, avrà temuto un’altra testimonianza sulla scia di Nucini ed avrà voluto dare il suo apporto morale ai suoi avvocati con il suo indiscutibile carisma.
È quasi l’ora di pranzo quando si accinge ad entrare lui, il secondo, ma solo in ordine cronologico, inoppugnabile arbitro, talento sprecato, terrore dei grandi. 

Premessa
In realtà queste righe non si dovevano scrivere, così come questo testimone non era nemmeno da citare.
Si racconta di episodi e sensazioni delle stagioni che vanno dal 1998-'99 al 2000-'01, Anni non oggetto del processo di Napoli, anzi a dirla tutta anni in cui la Juventus (1897) F.C. avrebbe molto da recriminare.
Inoltre un tribunale si è già pronunciato in merito, condannando per diffamazione il giornalista Teotino, che ha avuto la brillante idea di raccontare i deliri di Pirrone in un suo articolo, argomento già trattato qui.

Su Pirrone – cu fu?
Riccardo Pirrone, messinese, entra a far parte della CAN A e B nel 1998, l’anno del commissariamento, un anno difficile per l’AIA, anno di rinnovamento dei sistemi, dei dirigenti, della classe arbitrale.
Non entriamo nel merito dei criteri utilizzati per effettuare le scelte, abbiamo molti esempi di giudici di gara che iniziano in quegli anni e si sono caratterizzati per le loro ottime prestazioni, quasi sempre all'altezza della situazione; riteniamo che il talento e la preparazione degli uomini selezionati sia in tutti i casi indiscutibile, ma purtroppo spesso accade che la ribalta, invece di esaltare le doti, le reprime a scapito della qualità. Per questo possiamo spiegarci l'astio di Pirrone e Nucini verso alcuni colleghi più fortunati ed i loro superiori. Non condanneremo il loro atteggiamento, ma cercheremo semplicemente di comprenderlo, premesso che tutto ciò che raccontano sia vero, sia fatti che sensazioni, allora non possiamo che pensare che nel loro pensiero si sia scatenato inconsciamente un meccanismo di autodifesa che tende ad imputare ad agenti esterni gli insuccessi; pertanto si travisano eventi insignificanti, banali coincidenze diventano eccezionali ed ossessionanti, così i colleghi più bravi diventano i “raccomandati” ed i superiori degli “oppressori”. Ecco perchè si deve credere all'uomo Pirrone, quando molte volte ripete di sentirsi a posto con la coscienza, crediamo che effettivamente lui senta tradito, violentato il suo sogno di bambino, purtroppo però il sistema arbitrale fa parte del pianeta calcio ed il calcio si sa "non è uno sport per signorine".
Anche Pirrone, in sintonia con Nucini, intervista rilasciata all'ANSA imputa ad un evento sfortunato ai danni di una “grande” la fine della sua carriera arbitrale, questa volta però la vittima fu l’Inter. Per dimostrare la nostra tesi possiamo prendere come prova i voti assegnati all'arbitro dai maggiori quotidiani (es. Corriere.it) dopo Juventus-Bologna. L’episodio della sospensione ingiusta, patita da Nucini a seguito a questo episodio è citato anche da Pirrone come emblema delle influenze esterne sui designatori, delirio! Chi avesse dei dubbi può consultare l’articolo di Graziano Campi, CAMPI MINATI- Il mestiere del giornalista o lo stesso articolo già citato in precedenza sulla sua deposizione, cioè i motivi della lunga sospensione sono prettamente disciplinari: manda a quel paese, pubblicamente, Pairetto, un suo superiore, altra coincidenza, entrambi, Pirrone e Nucini, si rendono protagonisti di fatti disciplinari incresciosi, legati al loro carattere, aggrediscono e sfottono con le parole superiori e colleghi.
Stando alle parole di questi due geni incompresi del mondo arbitrale potremmo a questo punto completare il titolo di molti pennivendoli di qualche settimana fa: “Juve, un torto ed arbitravi in B! Inter, un torto e non arbitravi più!”.
Pirrone è poco più di una meteora del mondo arbitrale, rassegna infatti le dimissioni dopo solo tre anni di militanza nelle massima classe arbitrale. Decide di “lasciare” perché si sente "ghettizzato" dall'ambiente e soprattutto dai designatori Bergamo e Pairetto; ma la "goccia che fa traboccare il vaso", che lo porta a dimettersi, è il mancato sostegno da parte di molti colleghi e soprattutto dei dirigenti dopo l'aggressione subita da Ayroldi che, "senza motivi apparenti", gli sferra un calcio di una violenza tale da mandarlo in infermeria.
Ingiustificabile il comportamento dell’arbitro barese, ma certamente deprecabile anche lo sfottò al quale questo rinomato retore di quella lingua che fu di Dante, Carducci, Leopardi, De Andrè lo sottomette, rimarcando le sue "inflessioni dialettali" esibite durante il discorso di ringraziamento per una premiazione.
Ad essere maligni si potrebbe anche pensare che, volendosi rivolgere ad un tribunale ordinario per ottenere giustizia della violenza subita e non potendolo fare perché il CdS vieta di intraprendere cause civili tra tesserati, le dimissioni siano in realtà obbligate.
Ma noi non siamo maligni. Ci piace seguire i fatti e le logiche che scaturiscono da essi, le illazioni lasciamole ad altri.

Sui sorteggi pilotati
L'essenza della sua deposizione è il dubbio sulla regolarità dei sorteggi.
La sua prima stagione ad alti livelli è caratterizzata dal sorteggio globale, in cui gli arbitri sono divisi in due fasce, A e B, che, onestamente, giudica ingiusto perché tende ad avvantaggiare arbitri inesperti come lui a danno di altri più anziani, un sistema certamente affatto meritocratico.
Lui stesso dichiara che uno degli arbitri più penalizzati fu Collina, peccato che più avanti lo inserirà fra i raccomandati.
Premettiamo che le stagioni di riferimento sono la 1999-00 e la 2000-01, anni in cui vinsero rispettivamente Lazio e Roma e sulle quali la Juventus avrebbe molto da recriminare.
Nel 2000 viene introdotto il sorteggio a fasce con i designatori, Bergamo e Pairetto, che hanno il compito di definire le fasce in base ai meriti ottenuti sul campo ed all’esperienza maturata. Le partite e gli arbitri vengono divisi in tre fasce, lui fa parte della terza fascia, in cui ci sono tre partite e quattro papabili; pur avendo il 75% di probabilità di essere sorteggiato viene escluso il 60% delle volte.
Trascurando le impressioni supponiamo che ciò che racconta sia vero. Purtroppo per lui ciò non dovrebbe bastare per dimostrare una combine contro di lui, se ci fermiamo ai numeri possiamo notare che essendo in debito con la fortuna, l’anno dopo questa gli presenta il conto con gli interessi. Niente di strano che capiti proprio a lui, che sembra la personificazione di uno dei personaggi di uno dei romanzi del ciclo "I Vinti" del suo conterraneo Verga.
L’episodio più eclatante, a suo dire, è la stranezza che avveniva il 60-70% delle volte durante il riversamento nell’urna dei bussolotti, infatti in questa fase capitava che una pallina si aprisse perché difettosa o chiusa male, nel 70% delle volte era quella di un arbitro, la stessa veniva poi richiusa, rimessa nell’urna e mescolata alle altre in maniera “blanda”, in modo che l’incaricato all’estrazione, alternativamente Bergamo o Pairetto, potesse sempre tenere d’occhio il bussolotto "segnato", in modo da poterlo estrarre al momento giusto. Il sorteggio avveniva a Coverciano in presenza di tutti gli arbitri, veniva estratta quasi sempre prima la partita e poi l'arbitro.
Storniamo anche qui le impressioni ed analizziamo i dati. Anche qui supponiamo vere le affermazioni:
1. Il 60-70% delle volte un bussolotto si apre.
2. Nel 70% dei casi si tratta della pallina contenente il nominativo di un arbitro
3. La maggior parte delle volte viene estratta prima la partita poi l’arbitro. Supponiamo il 75%.
Sorteggio truccato direbbe un maligno. Sbagliato! Diciamo noi.
Vediamo i punti a sfavore dell’ipotesi di reato:
1. Matematico. Con un semplice calcolo statistico si evince che dalle percentuali fornite dal Pirrone, trascurando il margine di errore umano, comunque alto, nell’individuazione della pallina giusta, la probabilità di successo che l’accoppiata arbitro-partita sia quella prevista è circa del 35%, obiettivamente non sembra un metodo propriamente scientifico.
2. Storico. Dalla deposizione di Dario Galati, l'unico teste degno di nota e lucido ascoltato finora, si evince che i biglietti con i nomi degli arbitri e delle partite venivano immessi nei bussolotti da lui stesso e dalla Fazi, a questa operazione non partecipano i designatori, pertanto: o si ammette che anche Galati e Fazi sono coinvolti in questa tresca, e non mi pare che sia emerso, o non si capisce come potessero Bergamo o Pairetto sapere quale era il bigliettino che si apriva, visto che era regolarmente piegato ed illeggibile.
Più probabile riteniamo questo scenario. I bussolotti sono notoriamente difettosi, basta un piccolo urto perché si aprano, nella fase di riversamento tale circostanza è molto probabile, infatti capita spesso che una pallina si apra, viene quindi effettuata una nuova rimescolata, effettuata delicatamente proprio per evitare che l’incidente riaccada; possiamo anche ipotizzare che egli stesso guardi con attenzione nell’urna proprio per assicurarsi che questo non avvenga.

Sulle sensazioni.
Veniamo alle considerazioni sulle impressioni, che secondo gli inquisitori sono fondamentali per la condanna degli imputati.
I sorteggi erano pilotati per favorire “i figli di…” o “gli amici di…”. Non vengono fatti nomi da Pirrone, dato che, in perfetta linea con i teste finora ascoltati, racconta di “sicure” sensazioni ma quando gli si chiedono specificazioni, fatti, circostanze, nomi, dice di non ricordare o che non è in grado di farlo.
Descriviamo ora una breve panoramica dello scenario descritto dall'arbitro messinese: ai sorteggi erano presenti tutti gli arbitri, circa 60 persone, che avrebbero omertosamente accettato la tresca, sostiene inoltre che i rapporti di valutazione delle sue prestazioni redatti dagli osservatori arbitrali, agli atti del processo, siano stati opportunamente manomessi. Allora se è vero questo, si deve ammettere che tutto l’ambiente è marcio, quello stesso ambiente che ha condannato la Juventus e la sua dirigenza a pene pesantissime nel 2006.

L'ira funesta di Giraudo

Ormai con il blog "Juventinovero TEAM" c'è un collegamento diretto. Altro articolo proveniente da li...

L'ira funesta di Giraudo



Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile. Ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile. Aristotele

Lo strano processo che vede la Triade imputata a Torino per presunte infedeltà patrimoniali e plusvalenze fittizie venerdì scorso ha visto l'interrogatorio all'ex amministratore delegato Giraudo.
Ricordiamo sommariamente i fatti. La Triade e la Juventus sono finite alla sbarra per un processo, che indaga in tutte le sue possibili pieghe eventuali irregolarità di bilancio a causa della denuncia di Gazzoni Frascara che ha coinvolto l'intera serie A.

E' importante ricordare che per consentire alle società di mettere una pezza ai bilanci drogati il governo Berlusconi aveva varato nel 2003 la famosa porcata della legge spalma-perdite. L'Inter aveva fatto ricorso a quella legge svalutando il parco giocatori per 319 milioni riconoscendo, in parole povere, che i bilanci si portavano dietro plusvalenze finte di pari importo; la Juve fu una delle pochissime società che non fece ricorso alla legge, evidentemente perché i giocatori erano a bilancio per un valore ritenuto corretto e non drogato.
E' successo che nel processo all'Inter il Tribunale sembrerebbe aver accettato, in tutto o in parte, la tesi difensiva (in breve: se la Covisoc avesse chiesto più soldi per l'iscrizione al campionato Moratti li avrebbe messi), anche se va detto che alcune modifiche legislative alle disposizioni sul falso in bilancio avevano mutilato il processo prima di cominciare; il risultato finale anche a livello mediatico fu: "Moratti è un mecenate, e chi lo mette in dubbio è in malafede".

Per la Juve invece, che a detta di tutti meritava una specie di Oscar del bilancio, su invito della Procura (c'è una intercettazione al riguardo) la nuova proprietà ha fatto denuncia contro i vecchi amministratori col bel risultato di consentire un'indagine in tutte le direzioni (falso, appropriazione indebita, infedeltà patrimoniale e addirittura aggiotaggio informativo) sull'intera gestione di Giraudo.

Per esempio si ipotizza un'indebita provvigione a Zavaglia nell'ambito del passaggio di Zidane al Real Madrid, provvigione del cui ammontare lo stesso Zavaglia si lamenta in un'intercettazione poco nota dell'indagine napoletana su "calciopoli". Oppure si considera finta plusvalenza la vendita del 27,2% della società Campi di Vinovo alla Costruttori Generali Gilardi.


Per la verità, si ha la sensazione che le questioni in ballo nel caso della Juve siano più di "lana caprina" e torna in mente il celeberrimo interrogatorio a cui fu sottoposto Enrico Cuccia in relazione al crack della Ferruzzi. Il giudice chiese: "Secondo lei i bilanci della Ferruzzi erano falsi?" e il Cuccia rispose: "Perché lei, nella sua vita, ha mai visto un bilancio non falso?". Naturalmente, il banchiere faceva riferimento ad una verità "filosofica", ovvero che il bilancio è comunque una descrizione umana dell'andamento della situazione patrimoniale e dei costi e ricavi in un dato esercizio. E quindi essendo una descrizione umana è soggetta ad errori e ad omissioni anche in buonafede.
Vale la pena ricordare che la Juventus è società quotata in Borsa, quindi soggetta a obblighi più stringenti e a controlli più serrati da parte di organi terzi rispetto alle società non quotate.

Dicevamo; processo strano. Questo perché la Juventus, appunto, si trova alla sbarra nonostante i più stringenti controlli dovuti alla sua quotazione e nonostante non abbia usufruito dello spalma-perdite, mentre invece altre società di calcio che vendevano il marchio a società ad esse collegate (con incredibili commistioni e conflitti anche all'interno della banca finanziatrice l'operazione), o scambiavano giocatori sconosciuti, e in qualche caso anche non idonei a giocare al calcio, per miliardi di lire, l'hanno fatta franca, in processi della stessa natura.
Tutto questo è avvenuto a causa di un'incredibile circostanza, la "nuova gestione", anziché difendersi con le unghie e con i denti, come fatto da tutte le altre società di calcio imputate in processi analoghi, ha patteggiato, subendo una pena pecuniaria. Inutile dirlo, lo immaginerete, l'avvocato terminator che ha fatto questa scelta è sempre lui, quello che passerà alla storia come l'uomo della "pena congrua": Cesare Zaccone.
Ovvio che il buon Cesare (ci perdonerà la confidenza, ma ormai è nei nostri peggiori incubi) ha fatto questa scelta su preciso mandato della Juventus "nuova gestione", e le motivazioni di fondo possono essere due: una buonista e una maliziosa:

1) O la nuova Juve vuole tagliare totalmente i ponti con il passato, facendo scelte anche discutibili, ma che permettono di levare il prima possibile il Club dai banchi degli imputati nei tribunali penali della Repubblica;

2) Oppure, questa nuova amministrazione, intende levare dalle proprie spalle il paragone con la vecchia dirigenza aiutando così i pubblici ministeri a infliggere una condanna, una, purché sia!

Va detto che il piatto della bilancia propende verso la seconda ipotesi (e forse anche verso una terza maliziosissima) visto che Zaccone non si limitò a patteggiare ma, nell'ambito dell'affaire Zidane, sporse querela per infedeltà patrimoniale contro (i soliti) ignoti.

Qualunque sia la motivazione delle scelte della "nuova" Juventus, a Giraudo la cosa non è andata giù e, durante la sua audizione in tribunale, ha chiarito alcuni concetti che suonano come un vero e proprio atto d'accusa contro Cobolli, Blanc e tutto il consiglio d'amministrazione.

La deposizione dell'ex amministratore delegato è iniziata con la rivendicazione del lavoro svolto fatto in dodici anni: "Solo il Manchester Utd aveva più ricavi grazie alla proprietà dello stadio", ha sottolineato, e ha aggiunto che con la sua gestione mai sono stati chiesti soldi agli azionisti come è uso nel mondo del calcio. Fino alla rivendicazione che mai si è fatto ricorso a strumenti legislativi studiati ad hoc per evitare il fallimento delle società, come appunto la legge "spalma-debiti", a dimostrazione della corretta amministrazione.

Ma è sull'affare Zidane e sopratutto sui criteri di valutazione dei calciatori, pretesi dai consulenti dell'accusa, che Giraudo, oltre a difendersi e rivendicare i successi, ha l'opportunità di contrattaccare mettendo alla berlina l'attuale gestione della Juve.
Sull'affare Zidane ricorda come a tutt'oggi "resta, a costi attuali, la più grande operazione mai realizzata nel calcio". E ai tifosi e piccoli azionisti non può non venire in mente lo scempio della vendita di Ibrahimovic a prezzi ridicoli, proprio a quell'Inter che pare sia stata adusa a pedinare e spiare (così dicono le carte del processo agli spioni di Telecom Italia) proprio Luciano Moggi.

Ma è sulla consulenza dei PM che pretende di indicare criteri oggettivi sulla valutazione dei calciatori che Giraudo si scaglia. E come non dargli ragione? Proprio sulla base di quanto narravamo sopra, riguardo a Cuccia, chiunque può capire la difficoltà a valutare con un criterio univoco un calciatore, che notoriamente non è come un barile di petrolio quotato nei mercati finanziari. Ma un essere umano, soggetto a variazioni di rendimento, a infortuni e perdinci anche ad innamoramento! Tutti elementi che ne possono far variare sensibilmente il valore.
Ed è proprio a questo proposito che Giraudo scaglia indirettamente ma inequivocabilmente uno strale sull'attuale gestione: infatti proprio la vendita di Mutu alla Fiorentina dell'amico del Lord Protettore Montezemolo dimostra come il valore dei calciatori possa variare sensibilmente: "La Juve ha ceduto Mutu alla Fiorentina per otto milioni e la Roma si è resa poi disponibile ad offrirne dieci di più".
Sembra proprio un atto d'accusa. Come può la Juventus aver patteggiato, avallando le tesi dei PM e dei loro consulenti, quando essi stessi con il caso Mutu potrebbero essere accusati di reato simile? Quali sono le reali motivazioni che hanno spinto ad accettare una scelta degna di un kamikaze giapponese?

Ma tutta la lunghissima deposizione di Giraudo, indirettamente, è stato un raffronto con l'attuale gestione del Club. Noi, tifosi e piccoli azionisti infatti ci domandiamo cosa si sarebbe detto se la Triade avesse acquistato un giocatore inidoneo come Andrade? Visto che si riesce a contestare la mega plusvalenza Zidane cosa si dovrebbe pensare degli acquisti a peso d'oro di Poulsen, Tiago, Almiron e Boumsong (anche questi, supponiamo, con provvigioni a intermediari e procuratori)? Oppure ancora cosa si sarebbe pensato se la telenovela Criscito (lo compro-lo rivendo-lo ricompro) fosse stata fatta da Moggi?
Non vogliamo dare risposte a queste domande. Ma una cosa è certa: l'attuale consiglio d'amministrazione esce totalmente con le ossa rotte dal raffronto con la Triade. E oltretutto l'ennesimo patteggiamento insulso pone in serio dubbio, agli occhi dei tifosi, ancora una volta, l'attuale gestione.


July 07

Dario Galati: per chi guarda la luna, anziché il dito

Aòtro intervento dal Blog "Juventinovero TEAM"

Dario Galati: per chi guarda la luna, anziché il dito


La nostra redazione ha finora seguito in maniera puntuale e certosina la sfilata dei testimoni dell’accusa chiamati a deporre dai PM. Abbiamo ascoltato personaggi variegati, alcuni dei quali davvero pittoreschi, la cui attendibilità sarà accuratamente verificata dal Tribunale. Il giorno 30 giugno però è stato chiamato in aula un testimone che, a nostro parere, va letto e considerato con estrema attenzione, non solo per il contributo riveniente dalla sua vicenda professionale ma anche in relazione alla sua figura di punto di vista umano e morale.


Stiamo parlando di Dario Galati, attualmente ancora in servizio presso la FIGC, e di cui si parlò nei primi giorni dello scoppio della Farsa (maggio 2006) come possibile testimone chiave a sostegno di una accusa che fin dai primi giorni cercava puntelli che potessero tenere in piedi il castello montato dai giornali. Fu subito chiamato come persona informata a dare il suo contributo, e lui non si tirò indietro. Fu ascoltato dai Carabinieri, dai PM, dai Giudici Sportivi. A tutti raccontò la sua verità, uno spaccato della vita federale e arbitrale dal 1992 al 2005. Una verità però poco funzionale al Tribunale degli orrori di Ruperto, lontana dal Moggicentrismo della Gazzetta dello Sport, e molto orientata a sollevare il velo sulle vere contraddizioni dell’organizzazione federale, del mondo arbitrale, e del calcio in generale. Un palcoscenico in cui Moggi agiva da attore, come tutti gli altri, adeguandosi ai ritmi di una regia malata che fin dal 1999 aveva allestito una trama ridondante di conflitti di interessi, colpi bassi, invidie e sospetti.

E’ interessantissimo dunque analizzare la sua deposizione, spesso su temi che la nostra redazione aveva già affrontato, e che vengono confermati da Galati, insieme ad alcune “ciliegine” che vanno ad impreziosire la torta dei sospetti per un gioco che ormai, negli anni 2004 e 2005, aveva cominciato a farsi davvero pesante.

Ecco dunque che interrogato dal PM Caputo (che ha sostituito Beatrice) Dario Galati racconta la sua storia. Dario ha 41 anni, è in FIGC dal 1992; inizialmente non venne assunto regolarmente ma era pagato con delle diarie. Cominciò a lavorare presso la Commissione Arbitrale Serie C e aveva come responsabili Benedetti, 1 anno Lombardo-Tedeschi, 3 anni Lanese e poi dal 1998-99 Pierluigi Pairetto, che lo scelse come suo collaboratore nonostante fosse a tutti gli effetti ancora un “precario”.

Il 1999 fu l’anno chiave. La LEGA CALCIO stava lavorando ad un progetto di “professionismo arbitrale". La FIGC accolse questo progetto, sebbene fosse chiaro a tutti che questa svolta costituiva una vera anomalia. Il progetto sembrava andasse contro l’AIA, e partoriva un conflitto di interessi che minava l’imparzialità dell’arbitro. Ci furono diverse proteste del sindacato arbitri che provocarono le dimissioni di un risentito Boggi (leggi il contenuto della sua lettera).

Fu organizzata così la famosa cena “delle sette sorelle” (Juventus, Inter, Milan, Roma, Lazio, Parma e Fiorentina) durante la quale fu deciso, a scapito di tutte le altre società, l’assetto che doveva essere dato alla nascente Commissione Arbitrale Nazionale di A e B.

La CAN partiva da zero, non aveva neanche il programma SINFONIA, il software in uso all’AIA che consentiva di calcolare automaticamente tutti i dati relativi agli arbitri ed evidenziarne quindi le possibili preclusioni e altre statistiche.

Paolo Bergamo fu indicato, dalla LEGA e dal suo Presidente Franco Carraro, come Responsabile Designatore. Tuttavia il Presidente della Roma, Franco Sensi, riteneva il candidato della LEGA troppo vicino “politicamente” ai club del nord e invocò l’elezione di un “doppio designatore”, proposto dalla FIGC e che fosse un vero e proprio garante.

Nizzola propose Pairetto che fu dunque accoppiato a Bergamo. Pairetto arrivò alla CAN portandosi dietro Dario Galati, che nel frattempo aveva provveduto a far assumere regolarmente e che quindi nei suoi confronti nutriva un debito di riconoscenza. Oltre a Galati alla segreteria della CAN arrivarono Maria Grazia Fazi, segretaria di Bergamo e Manfredi Martino che si occupava dei rimborsi spese.

Maria Grazia Fazi, che era in una situazione molto simile a quella di Galati, inquadrata praticamente come commesso, cercava di farsi notare ed era molto ambiziosa, per cui cercava di imporsi a volte anche verso i designatori facendo più di quello che le veniva chiesto.

In ogni caso i designatori consegnarono ai tre collaboratori un documento che era un vero e proprio mansionario, in cui era scritto che la Fazi era delegata a parlare con le società. Da notare che la CAN veniva pagata dalla LEGA, cioè dalle società stesse, autorizzandole inconsciamente a considerarla come una cosa propria.

Galati rimase alla Segreteria CAN fino al gennaio 2000, quando i giornali riportarono la famosa vicenda dei Rolex regalati agli arbitri dal Presidente della Roma Franco Sensi. Pochi giorni prima di Natale a Galati venne chiesto di inviare alla sede di Roma e Lazio gli indirizzi di casa di designatori, arbitri e guardalinee. Lui si rifiutò. Riteneva una cosa del genere un invito alla “regalia” e non lo reputava moralmente accettabile. Qualcun altro lo fece al suo posto. E, sollecitato anche nel corso del controesame dell’Avv. Prioreschi (difesa Moggi), chiarisce che la Roma regalò ai designatori degli orologi Rolex del valore commerciale di circa 25 milioni di lire, agli arbitri orologi Rolex da 5 milioni di lire e agli assistenti dei più economici orologi non Rolex del valore di qualche milione di lire. Racconta la sua amarezza, visto che solitamente i regali agli arbitri passavano dalle segreterie e venivano distribuiti sotto gli occhi di tutti, pur non raggiungendo mai quel valore commerciale.

Sollecitato dal PM ricorda altri episodi della sua permanenza presso quell’ufficio. In particolare riferisce del fatto che c’erano varie società che avevano preso l’abitudine di telefonare, alcune delle quali in maniera addirittura insistente, e ricorda di come in Serie C tale contatto fosse inusuale e solitamente affidato a supporti cartacei.

Sempre nel corso dell’esame del PM, Galati conferma la sua partecipazione alle riunioni della CAN, con Bergamo, Pairetto, Nicchi (attuale Presidente AIA n.d.r.), Celli, Guidi e la Fazi. Spiega nel dettaglio che il suo compito era di gestire il software, e segnalare a Pairetto i casi da moviola da mostrare ai raduni arbitrali.

Conferma che la Fazi non aveva compiti precisi all’interno della segreteria e che si limitava a supervisionare il lavoro. Sottolinea che le griglie venivano preparate dai designatori, ai quali si premurava di fornire solo le risultanze del software. Ribadisce che insieme alla Fazi preparava i bigliettini e le sfere per effettuare il sorteggio e che a causa di un loro errore sulle preclusioni i designatori presero l’abitudine di verificare quello che la segreteria aveva preparato. Ricorda che, nel corso della stagione 98/99, le prime giornate il sorteggio venne effettuato con palline di plastica particolarmente scadente, per cui successivamente arrivarono quelle di metallo verniciato, con chiusura a baionetta che nell’uso si segnavano, circostanza che a volte le rendeva riconoscibili. Su questo punto molto interessante l’intervento, nel corso del controesame di Galati, dell’Avv. Morescanti (difesa Fabiani), la quale sottolineava la fragilità delle palline di metallo, che a quanto pare subivano ad ogni sorteggio nuovi danni causati dal rimescolamento nell’urna, ragione per cui anche il riconoscimento esteriore era assolutamente empirico.

Come episodi particolari Galati racconta quello che accadde all’inizio della stagione 99-00. Sensi era alle prese con i suoi fantasmi e, in piena lotta di potere, alla seconda giornata ci fu un Roma-Inter che venne affidato all’arbitro Domenico Messina. Nel corso della partita la Roma si sentì danneggiata e nacquero le solite polemiche (da notare che la squadra favorita in quel momento sarebbe stata l’Inter….)

Al quinto turno fu reinserito Messina in griglia per la Fiorentina-Roma e Galati si preoccupò di segnalare che la cosa sembrava inopportuna, ma non fu ascoltato neanche dallo stesso Pairetto che invece gli disse che “aveva degli elenchi”, senza ulteriori commenti.

Altra piccola anomalia che Galati racconta è il sorteggio arbitrale per l’anticipo di serie B, che avveniva nella sede della CAN a cura degli impiegati della segreteria. In alcuni casi Galati segnala che i designatori gli chiesero di non farlo e di dire che l’arbitro sorteggiato fosse quello indicato da loro. Galati ricorda almeno tre episodi in cui ciò avvenne, ma precisa che le spiegazioni che gli furono date erano più che plausibili soprattutto in relazione a fatto che gli arbitri e le società interessate erano comunque sempre diverse.

Un importante episodio di conflitto di interessi fu il momento della nomina del rimpiazzo di Boggi come arbitro internazionale. Solitamente ciò avveniva su segnalazione da parte del Presidente dell’AIA al Presidente della FIGC che provvedeva alla nomina. I due designatori ritenevano però che la scelta fosse esclusivamente tecnica e su questa base proposero Tombolini, che si contrappose al candidato AIA appoggiato da Gonella, che era Farina. Non riuscendo a trovare un accordo rimisero la scelta al Presidente Federale, non prima di aver aggiunto un terzo candidato, De Santis, e aver commissionato uno studio tecnico quantitativo sul rendimento degli arbitri che fu preparato dallo stesso Galati, che però lo considerava poco significativo in quanto basato semplicemente su dati statistici e privo di altre importanti informazioni di tipo caratteriale e culturale. A spuntarla in quel caso fu Massimo De Santis (e probabilmente dei tre era davvero il migliore tecnicamente, visti i disastri che gli altri due hanno combinato negli anni successivi).

Galati lavorò quindi alla Segreteria CAN per poco più di sei mesi dal luglio 99 a gennaio del 2000. Successivamente, essendo in buoni rapporti con Virginio Quartuccio chiese di andare a lavorare alla segreteria AIA, e in séguito al settore giovanile scolastico dove conobbe Innocenzo Mazzini che, quando venne eletto vicepresidente della FIGC nel dicembre 2001, gli propose di seguirlo presso la sua segreteria dove prestò servizio fino al maggio del 2005.

Tra gli episodi salienti dei suoi anni alla vicepresidenza federale Galati ricorda una telefonata di Mazzini in cui il vicepresidente federale gli confidò che Abete aveva effettuato dei controlli tra le buste paga dei dipendenti e i bonifici effettivamente erogati, trovando numerose discordanze. La circostanza avrebbe fatto ipotizzare l’esistenza di capitoli di bilancio falsi presso la FIGC, ma di questa vicenda non si seppe nulla. (n.d.r. nonostante una misteriosa interpellanza parlamentare effettuata dal senatore Gigi Malabarba, membro del Comitato di Controllo Parlamentare sui Servizi Segreti in data 7 marzo 2006 atto 4-10255 seduta nr. 964 della XV Legislatura. Il senatore in questione chiese spiegazioni in Parlamento circa l'origine di alcuni bonifici di poche migliaia di euro che vennero rintracciati sui conti di alcuni impiegati della FIGC.)

Galati ricorda inoltre che Mazzini aveva rapporti, telefonici e non, con tutti i presidenti di società, nell’ambito del suo ruolo istituzionale di vicepresidente federale.

Nel maggio del 2005 Galati lasciò la segreteria di Innocenzo Mazzini sostanzialmente perché si sentiva sfruttato e non gratificato, in quanto riteneva di avere un grado troppo basso rispetto alle effettive responsabilità, che gli venivano affidate infatti mediante delle lettere di incarico specifiche.
Il suo divenne un vero e proprio calvario, si innescò un contenzioso con la FIGC e la sua vicenda assunse i contorni del mobbing, anche perchè a causa di gravi motivi di salute fu costretto a rimanere per lunghe settimane in malattia. Nel novembre 2005 rientrò al lavoro e nel marzo del 2006 venne trasferito alla CAF, la Corte di Appello Federale, a quei tempi nell’occhio del ciclone per il caso Genoa.

Alla CAF Galati non aveva grossi incarichi, ma si accorse subito delle gravi carenze nell’ambito delle procedure di protocollo dei documenti, per cui decise prudentemente di non apporre la sua sigla sui documenti che maneggiava. Denunciò questa carenza ma di fatto, essendo già in pieno mobbing, venne marginalizzato e successivamente velatamente accusato di aver fatto sparire alcuni documenti.

In particolare ci fu un episodio in cui scomparve un documento riguardante la vicenda Boudianski-Zetulayev, (i giocatori erano stati tesserati dalla Reggina ma erano della Juventus, e quest’ultima aveva presentato ricorso, vincendolo, sulla base di un conflitto tra una norma dell’ordinamento statale e una norma sportiva). L'arcano viene spiegato dall'avv. Prioreschi nel corso del controesame: il documento non fu illecitamente sottratto agli archivi, ma era stato inviato alla procura di Roma nell'ambito del processo GEA.

Fino a questo punto le dichiarazioni del testimone Galati sono molto interessanti. Ma diventano addirittura deflagranti nel corso del controesame effettuato dall’Avv. Prioreschi che sapientemente fa emergere alcuni importanti circostanze.

La prima riguarda il giornalista di Repubblica Corrado Zunino.

Galati conferma che lo chiamò il secondo giorno dopo l’uscita delle intercettazioni, il 4 maggio 2006, mentre c’era ancora il segreto istruttorio sul materiale che veniva diffuso. Zunino lo chiama e gli disse di volerlo incontrare e che conosceva la sua vicenda; Galati accettò perché sperava di poter affrontare la sua questione lavorativa, spiegargli il suo concetto di dipendente come servizio pubblico, parlare della prima volta in cui un sindacato era entrato all’interno di una federazione privatizzata. Il giornalista gli promise di fare un articolo che parlasse del suo mobbing e dei diritti dei lavoratori, e che non avrebbe mai usato il suo caso; ma fin da subito deluse le sue attese e dopo qualche tempo, ad ottobre 2006, lo invito di sera presso la sede sportiva di Repubblica a Roma, chiedendogli di aiutarlo a sbobinare le intercettazioni relative a Calciopoli, che erano in possesso di Zunino su alcuni CD che contenevano tutti i files.Il finale del controesame di Prioreschi è deflagrante. L’avvocato di Moggi chiede a Galati se conosce Alessandro Lulli, ex-guardalinee, collaboratore della Figc, addetto Club Italia per i rapporti con gli arbitri internazionali. Galati annuisce e parla di un episodio che all’epoca aveva sottovalutato, ma che alla luce di quanto accaduto in questi anni appare davvero inquietante.

Lulli gli confidò che nell'aprile 2005 era andato a fare l’accompagnatore della terna arbitrale per la partita Milan-Inter di Champions League e gli disse che la terna non era rimasta contenta del trattamento ricevuto dalla società ospitante (il Milan); poi iniziò uno strano discorso sul fatto che aveva parlato con un dirigente dell’Inter, probabilmente individuato nella figura di Rinaldo Ghelfi, e questi gli aveva confidato che avevano commissionato ad una società privata di investigazioni una indagine/dossier ai danni della classe arbitrale, specificandone perfino il costo di circa 500 mila euro. Indagine però illegale e quindi inutilizzabile. Resta da capire quali fossero le risultanze di questa indagine.

(Qualche tempo fa Moratti aveva confermato che c’era stata una indagine o qualcosa del genere, specificando però che i risultati erano stati negativi. Fatta questa considerazione ci sono tre possibili ipotesi. La prima è che il dossier di Ghelfi è lo stesso dossier confermato da Moratti e quindi è inutilizzabile perché non contiene nulla. La seconda è che il dossier di Ghelfi è diverso da quello confermato da Moratti. La terza è che il dossier confermato da Moratti conteneva qualche spunto interessante ma Moratti ha mentito, per evitare che qualcuno gli chiedesse conto delle informazioni illegalmente acquisite).

Tra quelle ascoltate finora riteniamo la testimonianza Galati una delle più ricche e adatte a capire fino in fondo la realtà del caso Calciopoli. Il lettore più attento avrà sicuramente notato che Dario Galati non nomina mai Luciano Moggi, e non certamente perché è il suo difensore d’ufficio. Non lo nomina perché focalizza la sua analisi sul conflitto di interessi, sulle contraddizioni interne alla FIGC, sulle lotte di potere, sui punti deboli del sistema federale e della Lega.
Tutta roba che non fa “sentimento popolare” e che non serve a eliminare nemici scomodi e sfortunatamente molto bravi.

Come nella migliore tradizione, mentre tutti guardano il dito, Dario Galati guarda alla luna, e lucidamente ci aiuta a capire.

Reggina - Juventus 6 novembre 2004

Altro articolo preso dal Blog "Juventinovero TEAM"

Reggina - Juventus Reloaded


6 novembre 2004 Reggina-Juventus 2-1, una partita ormai famosa come una finale di Coppa del Mondo.

La raccontano davanti al Tribunale di Napoli i due assistenti di quella gara, il salernitano Aniello Di Mauro e il mantovano Cristiano Copelli.
Partiamo da quello che non viene detto, anzi da quello che non viene nemmeno chiesto. Il sequestro di persona, la chiusura negli spogliatoi, la prova principe a livello mediatico della mafiosità di Moggi. Anche il Pm ha abbandonato: non si preoccupa di acquisire riscontri dai due ufficiali di gara, presenti nello spogliatoio. Questione chiusa.
Di Mauro racconta la sua versione di una questione controversa: l'annullamento della rete del pareggio di Kapo al 95'.
Paparesta aveva convalidato il goal e il Di Mauro, a suo dire accortosi del fuorigioco, aveva cercato di segnalare l'irregolarità, attraverso il segnale elettronico di cui è dotata la bandierina, all'arbitro barese.
Convinto che il segnale non fosse stato recepito per malfunzionamento del meccanismo, Di Mauro rimase fermo nella sua posizione, anziché recarsi a centrocampo, come previsto dal regolamento nel caso di goal regolare. Abbassò però la bandierina, anziché mantenerla alta come previsto dalle disposizioni AIA in caso di segnalazione di fuorigioco.
Si originò pertanto il dubbio che il Di Mauro avesse segnalato un fallo di mano inesistente, che i giocatori della Reggina segnalavano veementemente. Il guardalinee tiene a sottolineare di avere da subito segnalato la motivazione effettiva all'arbitro, a Camoranesi, che glielo chiedeva, e successivamente a Tancredi e Capello.
Il fatto però che non avesse tenuto in alto la bandierina e che l'avesse agitata (sostiene il Di Mauro nel tentativo di innescare il meccanismo di segnalazione), aveva innescato più di un dubbio tra gli spettatori. Dubbi motivati dal comportamento formalmente errato.
Questo gli imputano Moggi e Giraudo negli spogliatoi, che gli raccontano di aver rivisto rivisto l'azione in tv; e con loro ha una discussione piuttosto concitata. Il Di Mauro sostiene la sua tesi senza problemi e non rileva alcuna minaccia dei dirigenti juventini che, come atto di protervia massimo, si consentono di ricordargli un precedente episodio in cui l'assistente aveva danneggiato la Juventus.
Rileva la presenza dell'osservatore Ingargiola, imputato, alla scena accaduta; l'ingresso negli spogliatoi di Lillo Foti, presidente della Reggina, per complimentarsi con lui; il fatto che Moggi e Giraudo se ne vadano sbattendo la porta, senza alcun riferimento a serrature che fanno clic.
Infine, attribuisce al Paparesta, il solo che ne aveva la potestà, la scelta di non mettere a referto l'animata discussione avuta con i dirigenti della Juve.
Il Pm gli fa quindi ascoltare una telefonata, assai poco conosciuta, ma importante per comprendere la situazione.
Il giovedì successivo alla partita Di Mauro chiama Bergamo per chiarire il proprio comportamento, avendo saputo da Mazzei che il designatore livornese è particolarmente arrabbiato con lui. Nella telefonata il Di Mauro, molto composto e preciso nell'esprimersi in aula, si mette a piangere, infila una serie micidiale di teste su cui giurare, tra cui non mancano - naturale - i figli, abbandonandosi a dichiarazioni d'affetto incondizionato nei confronti di Bergamo, mescolate a contestuali terribili attacchi di sconforto.
Messa così, sembra che un errore contro la Juve sia imperdonabile.
Invece ascoltiamo Bergamo rassicurare il guardalinee, spiegandogli che è un errore formale che verrà giudicato come tale (lo sarà, 1 solo turno di stop, procedura rituale come ammette senza problemi Di Mauro), che "si sbaglia tutti... e sono arrabbiato zero", addirittura mette in chiaro che la Juventus è come il Canicattì in questo caso, non è assolutamente questo il discorso.
Gli consiglia l'atteggiamento da tenere a Coverciano quando l'errore, come rituale, sarà mostrato a scopo didattico.
Il Di Mauro piange perchè teme di non essere creduto, tende a salvaguardare la sua dignità e il diavolo sa cosa. Ma non accenna minimamente alla Juventus e al timore di punizioni dalla diabolica fonte.
Le rimostranze mossagli dal Bergamo, ammette poi davanti all'avvocato Trofino, non sono affatto pretestuose, ma motivate.

La testimonianza del Copelli, autore invece del grave errore del primo tempo, quando non sanzionò un evidentissimo fallo di mano di Balestri nella propria area, è sostanzialmente in linea con quella del collega. Il pubblico ministero gli chiede se gli sia mai capitato un episodio simile. Il guardalinee lombardo riferisce essere pratica comune quella di venire a lamentarsi negli spogliatoi quando i dirigenti ritengono che la propria squadra abbia subito un torto, semmai distinguendosi l'intervento di Moggi e Giraudo per un eccesso di concitazione, ma non per minacce o intimidazioni.
Dopo quella partita non arbitrerà più la Juve per il resto della stagione, rileva l'accusa, ricevendo l'assenso del teste. Allo stesso modo però, rileverà Prioreschi, l'annullamento di un goal a Gilardino nella stagione successiva, lo vedrà escluso per il resto della stagione dai match del Milan.
L'interrogatorio si concentra quindi sui suoi rapporti con Leonardo Meani, ex collega di bandierina, ma, al tempo dei fatti, collaboratore del Milan. Rapporti di amicizia, tiene a precisare, così come gli risultano essere i rapporti dei colleghi Puglisi, Contini, Babini e dell'arbitro Saccani con il ristoratore lodigiano.
Le domande vertono quasi esclusivamente su un'intercettazione, fatta ascoltare in aula, tra i due, i quali commentano, non troppo in libertà per la verità, i fatti di rilievo del mondo arbitrale.
In breve la conversazione: un commento sul Saccani, evidentemente sentito dal Meani in precedenza, costantemente messo in seconda fascia; un commento sui progressi tecnici o etici del De Santis; il racconto di un colloquio tra Meani e Carraro che se la prendono con Moggi; Meani sostiene di essere il protagonista del rilancio dell'arbitro Messina; si parla delle abilità tecniche e politiche di Rosetti; si allude a un momento politico particolarmente dedicato interno all'AIA dove i giochi si fanno "all'interno e all'esterno".
Il Pm contesta l'assenso di Copelli alle affermazioni sugli ottimi arbitraggi di De Santis, che si sarebbe liberato da certo "servilismo". Il guardalinee sostiene di riferirsi soltanto a questioni tecniche, come peraltro desumibile dall'intercettazione quando risponde all'insinuazione del Meani che l'arbitro laziale ha fatto "un passo di qualità".
Il magistrato ritiene che il Copelli abbia anche assentito alle dichiarazioni di Meani, condivise, a suo dire, con Carraro, su "quello là che vuole comandare il calcio". Copelli riconosce l'identità tra "quello là" e il Moggi ma sostiene che il suo annuire è semplicemente un educato tentativo di dare il lungo alle esagerazioni del Meani, che talvolta parlava in libertà, senza alcun reale convincimento al riguardo.
Il rilancio di Messina, di cui si accredita artefice il Meani, gli sembra dovuto a questioni tecniche, ancora una volta. Come, in generale, il percorso di carriera di ogni arbitro: le capacità tecniche sono quelle che fanno avanzare un arbitro, questa la sua convinzione.
I rapporti con Rosetti e De Santis, i "giochi all'interno e all'esterno", sono motivati con le candidature per gli imminenti Mondiali in Germania, dove entrambi gli arbitri erano in lizza per un posto, e Copelli, avendo arbitrato spesso con entrambi, aspirava a far parte della terna, qualsiasi fosse la composizione. Interesse legittimo.
Interrogato dalla difesa, Copelli spiega che i suoi rapporti con Meani gli apparivano del tutto legittimi, anche perchè la modifica regolamentare dell'AIA che impedisce relazioni con i dirigenti è datata 2007. Sino ad allora, nella sua opinione, ad arbitri e assistenti era consentito parlare con dirigenti di squadre.
L'avvocato Trofino gli rammenta un'ulteriore telefonata con Meani, in cui chiede aiuto dopo essere finito sulla graticola per un errore in Sampdoria-Palermo. Foschi lo ha attaccato pesantemente, e, in conseguenza di ciò, il guardalinee vive una situazione privata difficile che lo spinge addirittura a chiedere il permesso agli organi federali per la querela. Si rivolge anche al Meani, che lo rassicura dicendo che parlerà con Galliani, per difendere quello che definisce "un nostro uomo".
Copelli sostiene invece che l'intervento del Meani era stato da lui richiesto, in quanto lo sapeva essere amico del Foschi, e non per innescare un intervento di Galliani.

L'intervento di Copelli, internazionale ancora in attività, conferisce insomma una certa normalità alle schermaglie Milan-Juventus sui temi arbitrali. L'impressione che si ricava dalle sue parole è quella di una normale attività di lobbying, che non si serve di minacce, né di interventi diretti sugli arbitri.
La sua deposizione su Reggina-Juventus, come quella del Di Mauro, infine riportano alla normalità dei fatti, nient'affatto eccezionali, nè immotivati. Non indicatori di mafiosità e nemmeno di prepotenza, ma di una normale e rituale incazzatura.
Insomma, è giunto il momento di consegnare la partita alla storia.
Ricordiamocela sì, ma come una delle poche partite che una Juve fortissima perse quell'anno, e per quel feroce goal di Ibrahimovic, autore di una prestazione enorme.
Quelli eran tempi.

Il mestiere del giornalista...

Articolo preso dal Blog "Juventinovero Team" scritto da Graziano Campi

Il mestiere del giornalista



L'impresa da record della Menarini

Se la signora Menarini ha bisogno di un consiglio su come condizionare e corrompere un arbitro ha scelto bene: Luciano Moggi è l'uomo giusto. Ma, attenzione: come designatore ora c'è Collina, molto lontano quanto a etica e professionalità, da Bergamo & Pairetto, i due maghi Silvan del sorteggio arbitrale.
Da tempo Moggi tenta, senza riuscirci, di infangare la storia di società e personaggi attribuendo a loro vizi e comportamenti suoi.
Ha avuto il coraggio, ma non c'è da stupirsi, di tirare in ballo Giacinto Facchetti che, ovviamente, non può difendersi: anche in questo caso il tentativo di Moggi è andato a vuoto perchè è la carriera di Facchetti, da campione e da dirigente, che parla.Tutelandolo in ogni parte del mondo.
Le idee sono buone o sono cattive: quella della Menarini che sente l'esigenza di lavorare con Moggi, altrimenti non sa come andare avanti col suo Bologna, non ci piace.
Ci vuole poco a fare del male a una società. La Menarini ci sta riuscendo. E farlo nell'anno del Centenario è un impresa da record.

DANIELE DALLERA Corriere della sera 30/06/2009



Sono sempre stato difensore della libertà di espressione e di opinione. Il Corriere della Sera, così come la Gazzetta dello sport, sorella del gruppo RCS, ha da tempo preso una posizione netta in merito a calciopoli, e non è un articolo in più o in meno che può farmi cambiare opinione in merito alla decadenza dell'informazione italiana.

L'Italia è un paese dove l'informazione più che schiava di chissà quale potere è semplicemente faziosa e figlia dei personalismi, delle simpatie o degli interessi dei singoli giornalisti.
Interessi da tutelare, per tutelarsi lo stipendio. Simpatie da tutelare, per tutelarsi da chi la pensa diversamente. Personalismi da tutelare, per tutelare la propria immagine. Faziosità da tutelare, per tutelarsi da verità scomode e potenzialmente dannose per il "sistema". Tutelare, tutelare, tutelare. Tutto da tutelare, tranne gli italiani.
Questa è l'informazione: cane non mangia cane, non tirare mai il primo colpo, cavalca sempre il sentimento popolare e se le cose vanno male, sempre pronto a saltare sul nuovo carro, senza dimenticare di rinnegare e dissociarsi dal passato.
Inutile nascondersi, non c'è niente di retorico in tutto questo, anche se sarebbe meglio se fosse il contrario.

Il signor Dallera, dal mio punto di vista, ha tutto il diritto di dire apertamente quello che pensa, assumendosene la piena responsabilità, come fa ognuno di noi. Per questo ha il mio rispetto.
Allora prima di contestarlo, di fare riferimenti o illazioni, scrivo qualche riflessione, basandomi su quanto lui ha affermato.

"Come designatore c'è Collina, molto lontano quanto a etica e professionalità, da Bergamo e Pairetto"
. Verosimile. Ho tre domande.
Chi progettava cene clandestine con Galliani tramite Meani, signor Dallera? Chi ha dovuto smettere di arbitrare per aver accettato un contratto di sponsorizzazione con lo sponsor ufficiale della società A.C. Milan, signor Dallera? Qual è il suo parere in merito?

"Bergamo & Pairetto, i due maghi Silvan del sorteggio arbitrale"
. Esiste una sentenza che ha dimostrato come i sorteggi non sono stati truccati. Un suo collega è stato condannato a pagare i danni per aver dichiarato il contrario. Lei sa qualcosa che i giudici di Roma non sanno?

"Da tempo Moggi tenta, senza riuscirci, di infangare la storia di società e personaggi attribuendo loro vizi e comportamenti suoi"
. Non ho mai sentito Moggi dichiarare che Preziosi era un corruttore perché condannato per aver tentato di comprare una partita. Non ho mai sentito Moggi dichiarare che Galliani era un ladro per l'affare Lentini, per le plusvalenze o per le telefonate di Meani, condanne o prescrizioni che siano.
Non ho mai sentito Moggi chiamare Oriali "pregiudicato" per via della condanna patteggiata in sede penale per via dei passaporti falsi. Non l'ho mai sentito infangare Fiorentina, Lazio o Reggina per le condanne di calciopoli. Non l'ho mai sentito accusare Lotito per la condanna a 2 anni di carcere che ha appena ricevuto. Non l'ho sentito scagliarsi contro il Palermo per le accuse di connivenza mafiosa (assolti). Non l'ho mai sentito nemmeno scandalizzarsi o insultare tutte le società che per evitare la retrocessione hanno dovuto far ricorso allo spalmadebiti (Roma e Lazio su tutte).
Certo forse dovrebbe farlo. O forse potrebbe farlo lei, se se la sentisse.

Aspetto con impazienza di sapere la posizione su tutte le condanne passate in giudicato, condanne della giustizia sportiva e, come nel caso di Oriali e di riflesso della sua amata Inter, anche condanne della giustizia italiana, quella vera, quella a cui la giustizia sportiva fa letteralmente un baffo. Qual è il suo parere?
Vorrei sapere se, come per Moggi, lei è scandalizzato nel vedere tutti questi "pregiudicati" della giustizia sportiva e italiana che ancora circolano nel mondo del calcio. Vorrei sapere se come per Moggi lei era scandalizzato quando in piena squalifica questi "pregiudicati" agivano tranquillamente per le società di appartenenza. Perché il calcio, quando questo succedeva, non s'è fermato. Nessuno ha scritto una riga per protestare. E cosa ne pensa dei paladini dell'onestà, quelli che stanno in via Durini, che hanno un codice etico e poi patteggiano in un tribunale dello stato italiano senza venire licenziati dopo una truffa in cui la società nerazzurra si è dichiarata parte lesa?

Quante cose ci sarebbero da scrivere, quando per un editoriale si hanno solo poche battute. Forse per questo lei non ne parla. Ma io sono più fortunato. Posso scrivere come voglio e quello che voglio.
"Ha avuto il coraggio, ma non c'è da stupirsi, di tirare in ballo Giacinto Facchetti che, ovviamente, non può difendersi: anche in questo caso il tentativo di Moggi è andato a vuoto perché è la carriera di Facchetti, da campione e da dirigente, che parla. Tutelandolo in ogni parte del mondo".
Sono stato il primo a difendere Giacinto Facchetti, con più o meno la stessa espressione usata da lei, esponendomi a molte critiche, visto che sono ospitato su un sito d'informazione Juventina.

Però, caro Dallera, Moggi con Facchetti non c'entra molto, e l'ho scritto proprio in risposta ad un articolo firmato da suo figlio, Gianfelice, sempre sul Corriere della Sera.
Non è infatti Moggi ad aver tirato in ballo Facchetti, bensì un arbitro italiano, amico di Facchetti, principale testimone dell'accusa.
Le riporto uno stralcio della deposizione dell'arbitro Danilo Nucini, durante il controinterrogatorio a Napoli da parte del legale di Moggi, Maurilio Prioreschi.
Nucini, è bene ricordarlo, ha per sua stessa ammissione frequentato con costanza il presidente della società F.c. Internazionale dal 1998, definendo tale frequentazione un rapporto di intensa amicizia e dichiarando più volte di aver operato in nome e per conto dell'ex bandiera dell'Inter come “investigatore privato” nel mondo arbitrale.

Maurilio Prioreschi: va bene...allora senta lei a Facchetti ha chiesto qualcosa in cambio della sua collaborazione...diciamo cosi’
Danilo Nucini: no
Maurilio Prioreschi: non ha chiesto un posto di lavoro all’interno dell’Inter come responsabile addetto agli arbitri?
Danilo Nucini: no
Maurilio Prioreschi: è sicuro?
Danilo Nucini: si e’ una diceria che e’ uscita sui giornali ed anche in televisione..e’ una chiacchiera che e’ uscita...
Maurilio Prioreschi: no non e’ una chiacchiera guardi..
Danilo Nucini: e’ una chiacchiera... le posso dire tanto per completezza di informazione che lui si era prodigato per cercarmi un posto di lavoro... ma io non gli ho chiesto niente...
Maurilio Prioreschi: quindi e’ Facchetti che le ha offerto qualcosa in cambio...
Danilo Nucini: no, no, nel momento in cui io avrei dovuto raccontare quello che sono venuto a conoscenza e che ho messo a conoscenza lui e’ chiaro che io dovevo abbandonare il settore arbitrale e lui non si preoccupava del fatto che io lo potessi raccontare o meno ma si preoccupava del fatto che io poi non arbitravo più e mi trovavo di fronte ad una situazione complicata...
Maurilio Prioreschi: ma lei non aveva un’attività... mi pare che ha detto che e’ commerciante
Danilo Nucini: io mentre arbitravo non avevo un’attività
Maurilio Prioreschi: faceva l’arbitro di professione?
Danilo Nucini: siamo stati costretti quasi tutti a farlo di professione...ma non era una professione siamo stati costretti
Maurilio Prioreschi: comunque voglio dire aveva fatto un accordo in questo senso
Danilo Nucini: non c’era stato nessun accordo..lui si e’ proposto ed io ho rifiutato
Maurilio Prioreschi: una proposta unilaterale
Danilo Nucini: no lui mi ha fatto una proposta ed io mi sono rifiutato


Come avevo anticipato due settimane fa (è sempre bello farlo notare) da Napoli non arrivano accuse a Facchetti da Moggi, bensì da quelli che si definiscono suoi amici.
Un arbitro che intrattiene contatti più che amichevoli con un dirigente sportivo, che non solo lo invita a cena e quant'altro, ma persino si prodiga per trovargli lavoro, quindi per fargli avere denaro quando questo è disoccupato. C'è qualcosa di più scorretto?


Io dico di sì. Perché se devo trovarmi a scegliere, preferisco dire che il bugiardo è Nucini, che la sua testimonianza non è veritiera e quindi che non fa testo al processo di Napoli, piuttosto che accusare Facchetti, che non può difendersi. Ma posso sbagliare, perchè non conosco la verità.

Di sicuro uno dei due è in difetto. Scelga lei chi, ricordandosi che uno è morto e non può difendersi, mentre l'altro è uno dei massimi accusatori di Luciano Moggi, l'unico arbitro che si è permesso di dire che il sistema esisteva e Moggi era il capo.
Senza Nucini, cade un altro tassello del processo nel quale lei ha già individuato i colpevoli. Con il coinvolgimento diretto di Facchetti, prescrizione o meno, morte o meno, calciopoli rivelerebbe altri colpevoli non ancora sotto processo.


Speriamo sia tutta una montatura, perché quando leggo le dichiarazioni di Nucini mi metto le mani nei capelli e tremo per Facchetti, l'Inter e tutti quelli che pensano che calciopoli ha fatto giustizia.
L'era Inter è iniziata solo grazie a calciopoli. E' iniziata nell'anno del centenario, proprio come sarebbe dovuta iniziare nell'anno del centenario (del Bologna in questo caso), quella di Moggi. Speriamo che il modo sbagliato di festeggiare il centenario non sia stato quello dei nerazzurri.
Io intanto, le faccio i miei migliori auguri. Le auguro di fare sempre il suo lavoro secondo coscienza, con la mente libera da pregiudizi, simpatie, faziosità o interessi personali.
Le auguro di informarsi meglio prima di scrivere.

Da parte mia, sono contento di essere amico di Luciano Moggi. Sono contento di essere suo amico perché non ho mai dovuto chiedergli un favore. Perché per me non è un santo, ma un uomo che ancora deve essere processato. Perché esistono diritti civili che i media e la giustizia sportiva hanno violato. Perché ho scelto di stare dalla parte che ritenevo giusta senza preoccuparmi delle conseguenze. Perché mi sono informato giorno e notte per tre anni, studiando ogni caso, con coscienza. Perché non ho mai difeso una posizione preconcetta. Perché ho visto l'Italia intera vivere di sentimento popolare e ho preferito restare dov'ero, dalla parte in cui credevo, non da quella in cui volevano farmi credere. Perché voglio che la gente sia condannata dopo essere stata giudicata e non linciata dalla carta stampata. Perché un regalo per ciò che scrivo non l'ho mai ricevuto e un omaggio scrivendo non ho mai dovuto renderlo. Perché come Juventino "finto" avrei potuto dimenticare, ma come uomo non mi potrei mai piegare. Perché non è una bandiera che deve sventolare ma l'onore dell'uomo che non si può ammainare.
Perché se di ciò che qualcuno si è preso, nulla è rimasto fuorché l'onore, questo a un uomo deve bastare. Perché io faccio il giornalista.

E se faccio il giornalista, è giusto che dia qualche notizia, senza commentarla:

- Danilo Nucini conosce Giacinto Facchetti nel 1998 e diventa suo buon amico.
- Diventato arbitro, non svolge altro lavoro.
- Danneggia la Juventus in Bologna – Juventus nel 2000-2001.
- Non arbitra in serie A per 30 giorni per motivi disciplinari. 30 giorni senza "stipendio" da arbitro di massima serie.
- Torna ad arbitrare, ed arbitra l'Inter.
- A detta di Nucini, Facchetti si offre di trovargli un lavoro.
- Smesso di arbitrare, Nucini inizia a lavorare come opinionista per Telelombardia.

Ecco come rispondeva a Repubblica l'11 maggio 2006:

http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/sport/calcio/intervista-nucini/intervista-nucini/intervista-nucini.html


Come era nato il contatto? (Con Facchetti, Ndr)

"Bisogna tornare alla squalifica che seguì il rigore dato al Bologna, e che scatenò un putiferio contro di me: voglio ricordare, per inciso, che il rigore non ebbe nessuna conseguenza concreta perché Cruz colpì la traversa e la partita finì uno a zero. Dopo la squalifica venni spedito in serie B (30 giorni di sospensione, Ndr), mi spiegarono che se volevo tornare ad arbitrare in A dovevo andare a chiedere scusa a Pairetto (per avergli risposto male, Ndr). Io mi rassegnai e chiesi scusa. Mi mandarono ad arbitrare Inter-Udinese. Inter all'arrembaggio, io cerco di lasciare giocare ma a un certo punto Di Biagio fa un'entrata pericolosa e devo fischiare per forza. Lui si arrabbia, fa per togliersi la maglia, io gli dico "Gigi guarda che se te la togli ti devo ammonire", e lui lascia stare. Negli spogliatoi arriva il commissario e mi fa una scenata perché non ho ammonito Di Biagio, dice che in tribuna c'era Pairetto che era del suo stesso avviso. Invece poi arriva Facchetti e mi ringrazia per il mio equilibrio. Il rapporto è nato da lì".

Inter – Udinese. Una partita a caso.


Ecco come risponde davanti ai giudici, il 26 maggio 2009:

Maurilio Prioreschi: a quando risale la sua conoscenza con facchetti? Lei viveva a Bergamo?
Danilo Nucini: io vivo tuttora a Bergamo
Maurilio Prioreschi: cioe’ da quanto tempo vive a Bergamo?
Danilo Nucini: credo che risalga intorno al 97-98-99…98-99

Tre anni prima di Inter – Udinese. Tre anni prima rispetto a quanto dichiarato a Repubblica.


Ecco come risponde all'avvocato Messeri, difensore dell'arbitro Bertini:

Nucini: (fa un elenco di partite segnalate come incriminate nel suo dossier) (...) Parma-Juventus, Bertini, rigore non concesso al Parma e mancata espulsione di Buffon : non giudicato un errore, premiato con immediata designazione Empoli-Modena e Bologna-Piacenza (...).
Messeri : A proposito di Parma-Juventus, Bertini a me risulta che fu criticato per una mancata espulsione di Almeyda che all’epoca giocava nel Parma. L’ha notato questo episodio ?
Nucini : Guardi, io annotavo gli episodi che mi interessavano nel senso, nel senso…un attimo, un attimo…gli episodi che mi interessavano per capire se avvantaggiando o svantaggiando la Juventus potevi avere… che cosa ti tornava in cambio, capisce ?
Messeri : Mi puoi dire…
Nucini : Il fatto che avvantaggia…il fatto che un errore potesse avvantaggiare il Parma era ininfluente per la mia ricerca.
Messeri : Ho capito, questo è già importante per, per…la domanda che le ho fatto.
Nucini : Per me era ininfluente, cioè se avvantaggiano il Brescia, scusi, ma che cosa gli viene in tasca ?


Messeri : Tornando a Parma-Juventus, l’episodio della mancata espulsione di Almeyda Lei non lo ha segnato, si ricorda com’è finita Parma-Juventus ?
Nucini : Io non faccio il giornalista.
Messeri : Glielo ricordo io : ha vinto il Parma 1-0
Nucini : Non ha importanza.


Tante cose invece hanno importanza. E qualcuno dovrebbe scriverle.


July 03

Il rebus delle SIM SVIZZERE in "Calciopoli"

Ancora una volta per ciò che riguarda il Processo che si svolge a Napoli mi tocca leggere le notizie sul Blog "Juventinovero Team"...ecco quanto pubblicato di nuovo sul Processo...




Le SIM svizzere: un rebus ancora tutto da decifrare


Secondo la testimonianza resa lo scorso 30 giugno da Giancarlo Bertolini, dipendente Juve, Luciano Moggi decise per la prima volta di procurarsi delle schede svizzere nel giugno del 2004, un giorno in cui, nella sede di corso Galfer a Torino, lo chiamò e gli chiese di comprare una decina di SIM dello stesso tipo di una che gli mostrò in quell’occasione e che Bertolini, per non sbagliare, fotocopiò. Moggi specificò solo che non dovevano essere intestate.
La scelta del centro Motorola di Chiasso fu, a detta di Bertolini, casuale. Fu lui a scegliere Chiasso per sua comodità, fermandosi al primo negozio che lo colpì, e cioè il centro di telefonia gestito da Teodosio De Cillis. Da quel giugno 2004, per un anno e mezzo, Bertolini tornò in quel negozio altre 7 o 8 volte, in un caso in compagnia di Moggi, che gli aveva espresso il desiderio di conoscere il venditore, dato che stavano andando a Milano ed erano sulla strada.
Quanto ai dettagli sul come il commerciante di Chiasso risolveva il problema della non intestazione della scheda e su quale fosse il gestore di telefonia, Bertolini non se ne interessava. Ricorda solo che una volta De Cillis gli disse di avvertire Moggi che era cambiato il gestore.
Le spese per queste Sim erano regolarmente contabilizzate dall’amministrazione della Juve (tranne la prima volta, in cui Moggi gli diede i soldi personalmente) e corrispondevano al valore del prodotto, senza sconti o “incentivi”.
Tutto regolare, insomma. D’altronde, come ha ricordato il giudice Casoria, acquistare Sim straniere non è reato.

Sempre il 30 giugno, con la testimonianza dello stesso Teodosio de Cillis si è entrati più nel dettaglio degli acquisti effettuati, anche se il teste ha ripetutamente lamentato l’impossibilità di ricordare, a distanza di tempo, numeri di telefono, date, quantità. Gli avvocati difensori l’hanno molto incalzato per capire in che modo, nel 2006, sull’onda dello scandalo, fu indotto a presentarsi a deporre dai Carabinieri. Ai tempi si era detto che lo fece spontaneamente, in realtà in aula si è capito che venne indotto a farlo dalle pressioni degli inquirenti stessi. La prima deposizione avvenne addirittura alle 22.40 del 27 maggio presso i Carabinieri di Como, dopo che De Cillis venne informato che il nome del padre (intestatario di alcune delle SIM incriminate) e del fratello (gestore di un hotel di Cernobbio noto agli addetti ai lavori del calcio) erano finiti su Internet, e che stava uscendo un articolo su di loro sulla Provincia di Como.
In seguito venne poi sentito anche dai Carabinieri di Via In Selci di Roma, titolari dell'inchiesta. Più volte l'avvocato Prioreschi ha cercato di capire le modalità di questi contatti, ma tra contraddizioni e "non ricordo" sembra che avvennero solo via telefono o fax.

Comunque, a causa delle frequenti difficoltà mnemoniche del teste, dovute al tempo trascorso rispetto ai fatti contestati, non si è ben capito quali fossero le SIM con sicurezza utilizzate da Moggi. Probabilmente saranno più precisi gli inquirenti, la cui deposizione è prevista per il prossimo 10 luglio.
Con certezza si è stabilito che le SIM fatte comprare da Moggi nel periodo 2004-06 erano di due gestori: la Sunrise svizzera e la Ring Mobile del Liechtenstein.
SIM svizzere Sunrise: E' il gestore utilizzato nel periodo giugno 2004 (primo acquisto di Sunrise) - giugno 2005 (primo acquisto di Ring Mobile). Non si è ben capito quante schede vennero acquistate la prima volta, in quel giugno 2004. De Cillis dice 3 o 4 intestate al padre, perché per la legge svizzera, gli pare di ricordare, una sola persona non se ne potrebbe intestare più di 5. Poi però salta fuori un elenco di 9 SIM (che calzerebbe col racconto di Bertolini), di cui gli avvocati di Moggi faticano a farsi raccontare l'autore, se i Carabinieri o lo stesso De Cillis. Parrebbe quest'ultimo, il quale però non si ricorda nemmeno se vennero vendute tutte insieme o in momenti diversi, e soprattutto se erano state intestate tutte al padre. Quel che è certo è che le Sunrise dovevano essere intestate a una persona e che De Cillis, per accontentare la richiesta di riservatezza del suo cliente, decise di usare i dati anagrafici di suo padre Arturo.
Dopo quel primo acquisto del giugno 2004, secondo il verbale reso ai Carabinieri di via In Selci il 7 giugno 2006 (in aula il commerciante non si ricordava più nulla), De Cillis ne avrebbe vendute a Bertolini altre 5 il 14 gennaio 2005 (ma non ricorda a chi le intestò) e altre 7 l’11 febbraio 2005 (anche qui, non si sa a chi intestate).
SIM del Liechtestein Ring Mobile: La particolarità di queste schede stava, come raccontato da De Cillis, nel fatto che potevano essere vendute senza chiedere i dati anagrafici al cliente, solo con una generica intestazione del negozio. La procedura prevedeva che l’intestazione dell’utente avvenisse entro 14 giorni da parte dell’acquirente, ma in realtà poi nessuno lo faceva e la scheda continuava a funzionare lo stesso. Anche in questo caso, De Cillis non ricorda quante e quando ne vendette a Bertolini. Nel verbale della deposizione che rese ai Carabinieri nel giugno 2006, il commerciante ticinese fornì delle date: 27-6-05, 19-7-05, 29-7-05, 11-11-05, 3-3-06, 13-3-06. Per ogni data, ci sarebbero anche i pezzi venduti a Bertolini, tra Sim e ricariche. Quel che si è capito è che quando a suo tempo sui giornali si parlò di 385 Sim del Liechtenstein sotto indagine, in realtà ci si riferiva al numero totale di SIM della Ring Mobile vendute nel negozio di De Cillis in quel periodo e il cui elenco venne fornito ai Carabinieri. Fra di esse, solo alcune vennero in effetti fatte comprare da Moggi (sarebbero una quarantina nell'arco di un anno).
Quella delle SIM del Liechtestein sembra però una questione ormai poco rilevante, usata per aggiungere colore all'accusa, dato che riguarda un periodo successivo al campionato 2004-05 (il primo acquisto sarebbe della fine giugno del 2005) e, soprattutto, sembra molto difficile individuare a posteriori quali schede vennero fatte acquistare da Moggi, dato che non vennero tracciate dal venditore.
Piuttosto, tirando le somme per quanto riguarda le SIM svizzere, anche dando per scontate le 9 acquistate nel giugno 2004 (numero che sembrerebbe confermato da Bertolini, che ha parlato di una decina di schede, ma non dalla labile memoria di De Cillis), in seguito ne sarebbero state acquistate 5 nel gennaio 2005 e 7 nel febbraio 2005. Dunque, 21 in tutto.
Fa pensare il dato dell'acquisto del febbraio 2005, e cioè allorché Moggi si accorse di aver "bruciato" il suo numero svizzero a causa dell'errore di Bergamo che lo chiamò da casa. Se è vero che questo fatto lo spinse a cambiare i numeri della sua "rete" (evento confermato dalla testimonianza di Romeo Paparesta, che disse che nel febbraio 2005 Moggi gli diede un nuovo telefonino con un nuovo numero), non si può non rilevare che De Cillis abbia testimoniato che di schede nuove, in quel febbraio, a Bertolini ne vendette solo 7. E per arrivare a 7 utenti facciam presto: Moggi, Fabiani, Romeo Paparesta, Bergamo, e siamo già a 4. Ne avanzano solo 3. Ma tutti quegli arbitri di cui si è parlato? Non ne facevano parte anche loro?

Dal controesame dei difensori, sono poi usciti alcuni retroscena molto interessanti sulla clientela di quel negozio di telefonia. Pare che fosse frequentato anche da dirigenti di serie A. In particolare, De Cillis ha fatto il nome di Marco Branca, ds dell’Inter, e anche del fratello di Moratti. I legali della difesa l’hanno così incalzato per approfondire questa singolare coincidenza, facendo anche innervosire il venditore, che è sembrato molto allarmato per il fatto di aver chiamato in causa i dirigenti nerazzurri.

Per ora, comunque, la questione delle SIM svizzere resta un rebus ancora tutto da decifrare, e francamente non si è ben capito quali siano le basi della teoria degli inquirenti sulla rete telefonica comprensiva di arbitri che avrebbe condizionato il campionato. L’avvocato Morescanti, legale di Fabiani, ha chiesto a De Cillis di verificare due numeri della Sunrise, per capire se fossero nell’elenco delle utenze intestate al padre, ma il venditore non li ha trovati.
Nelle prossime udienze forse capiremo di più.


Articolo scritto da Mario Incandenza
July 01

MOGGI: «farò il consulente» e si scaglia contro l'inter...

MOGGI su "Calciopoli"



Per la prima volta dall'inizio del processo di Calciopoli l'ex dg della Juve, Luciano Moggi, si è presentato nell'aula della nona sezione del Tribunale di Napoli dove sono in corso gli interrogatori dei testimoni. L'ex dg della Juve ha aggiunto, a proposito del processo sulle intercettazioni illecite in corso a Milano: «Eravamo pedinati, al processo Telecom di Milano sta venendo fuori: ci seguivano». Soffermandosi sulla questione delle schede sim estere che secondo l'accusa avrebbe fornito ad arbitri e designatori, ha detto: «Pensate che se un arbitro fosse un mio associato ci sarebbe bisogno di telefonargli cinque volte? Andrei negli spogliatoi e gli darei una pacca sulle spalle».
Poi ha risposto alle domande dei giornalisti relative ad un passaggio della deposizione di Teodosio De Cillis, titolare del negozio di Chiasso, in Svizzera, dove sarebbero state vendute le schede estere contestate a Moggi. De Cillis aveva affermato, tra l'altro, che nel suo negozio si rifornivano per acquisti di telefonini e altro materiale elettronico come videocamere anche diversi giocatori e dirigenti di società di calcio ed ha citato il nome di Marco Branca, direttore tecnico dell'Inter. «Se l'Inter si serviva di quel negozio - ha commentato Moggi - ed a Tavaroli (ex responsabile sicurezza Telecom, n.d.r.) sono state sequestrate due schede svizzere: se uno più uno fa due vediamo poi se fa tre...».



MOGGI AL BOLOGNA???



Luciano Moggi e il calcio si erano detti addio nel 2006 quando, in seguito allo scandalo Calciopoli che aveva sconvolto lo sport più seguito del nostro Paese, l'allora direttore generale della Juventus era stato squalificato per cinque anni dalla giustizia sportiva. Da lì in poi, oltre a innumerevoli ospitate televisive, Moggi - nonostante le molte offerte arrivategli - aveva sempre declinato le proposte, nascondendosi dietro un laconico "ho chiuso con il calcio".

Quando era dirigente della Juventus, però, Moggi era il considerato il "mago delle bugie": ecco perchè, in fondo in fondo, nessuno gli ha mai creduto davvero mentre insisteva nel dire che l'ultimo suo ruolo all'interno del calcio sarebbe stato quello di direttore generale della Juventus.

Eccolo infatti, a tre anni esatti dallo scandalo più grande che il nostro calcio abbia mai affrontato, tornare prepotentemente sulle prime pagine dei giornali. Luciano Moggi potrebbe ripartire da Bologna. Ci sarebbe infatti proprio lui dietro il socio che affiancherà Renzo Menarini alla guida della società felsinea. "Big Luciano" sarebbe il consigliere della proprietà, vista la sua impossibilità di essere interessato causa squalifica, ma sarebbe stato proprio lui a presentare a Menarini il fantomatico "socio" che sarebbe pronto a rilevare una quota di minoranza della società (circa il 40%), ma che da qui alla fine della prossima stagione dovrebbre arrivare a prendere il controllo totale del club rossoblù.

"Mi sono semplicemente dato da fare - ha detto Moggi all'agenzia Italpress - un paio di mesi fa, per aiutare la presidenza Menarini a trovare nuovi soci per il Bologna. Per quello che mi riguarda non ho un interesse diretto all'acquisto di azioni della società rossoblù, ma è evidente che, nel caso di ingresso dei nuovi soci da me segnalati, rivestirei opportunamente il ruolo di consulente","Bologna è una bella città e mi fa piacere che ci siano tante persone che hanno fiducia a parlare con me". Così si esprime Luciano Moggi sull'ipotesi di collaborazione con la società felsinea nell'aula della nona sezione del Tribunale di Napoli dove sono in corso gli interrogatori dei testimoni del processo Calciopoli. L'ex dg della Juve ha spiegato di essere in grado di "fornire una consulenza una tantum, un consiglio - ha chiarito - posso anche darlo, e mi farebbe piacere".

Sull'argomento è intervenuto anche il presidente Giancarlo Abete: «Come presidente della Figc non posso che ricordare che tutti coloro che operano nel sistema sportivo si devono riconoscere in quelle che sono le decisioni degli organi di giustizia sportiva, che tracciano in qualche modo il confine tra le persone che possono svolgere ruoli all'interno del mondo del calcio e altri che sono inibiti e non lo possono svolgere. Non parliamo adesso per ipotesi, parliamo di situazioni concrete. Mi riconosco nelle regole e nel funzionamento della giustizia sportiva - ha concluso Abete - che hanno dato valutazioni su determinate vicende e hanno dato delle sanzioni a riguardo».

Nel frattempo, "stanco di dover assumere solo un ruolo di facciata", si è dimesso il direttore sportivo Fabrizio Salvatori; e nemmeno Papadopulo, nonostante abbia un contratto con il Bologna fino al giugno 2010, è così sicuro del suo posto. In lizza per la panchina rossoblù ci sarebbe un altro ex juventino, quell'Antonio Conte che se ne era andato da Bari una settimana fa con modalità davvero poco "chiare".

"Ci pronunceremo nei prossimi giorni", dicono da Bologna mentre i tifosi, che addebitano proprio al sistema Moggi l'ultima retrocessione della squadra nel giugno 2005, che sono già in rivolta.

June 27

LE ALTRE COMPROPRIETA'

Come da programma, alle 19 di oggi, venerdì 26 giugno, si è chiusa la fase relativa agli accordi di partecipazione. Di alcune notizie tipo Criscito, Palladino, Lanzafame ecc...ve ne ho già parlato, adesso vediamo come sono andate le altre trattative.



La notizia più rilevante riguarda Michele Paolucci (l'attaccante era nella trattativa per D'Agostino). L’attaccante marchigiano, in partecipazione con l’Udinese ma messosi in evidenza nell’ultima stagione con la maglia del Catania, torna ad essere interamente un giocatore bianconero.

Si tratta dell’unico atleta che farà ritorno a Torino. In tutti gli altri casi, le partecipazioni sono state rinnovate o risolte a favore delle altre società. In un solo caso sarà necessaria l’apertura delle buste.




Spiccano nomi importanti come quelli di Zalayeta e Mirante, i cui accordi con Napoli e Sampdoria sono stati prolungati di un’altra stagione. Stesso discorso con Volpe che resta al Livorno.

Non torneranno invece alla base altri ragazzi cresciuti nel vivaio bianconero. Guzman è da oggi a tutti gli effetti un giocatore del Piacenza, così come Volpato lo è del Bari e Del Prete del Siena.

Un solo caso verrà risolto alle buste, che verranno aperte nella giornata di lunedì 29 giugno. Si tratta di Rizza, difensore in partecipazione con il Livorno.

Ecco nel dettaglio tutte le operazioni portate a termine in questi due giorni di trattative:

Matteo Cavagna: resta al Ravenna a titolo definitivo
Andrè Cuneaz: rinnovata la partecipazione con il Mantova
Lorenzo Del Prete: resta al Siena a titolo definitivo
Tomas Guzman: resta al Piacenza a titolo definitivo
Davide Lanzafame: rinnovata la partecipazione con il Palermo
Antonio Mirante: rinnovata la partecipazione con la Sampdoria
Michele Paolucci: risolta a favore della Juventus la partecipazione con l’Udinese
Andrea Pozzato: rinnovata la partecipazione con il Canavese
Giuseppe Rizza: nessun accordo con il Livorno, si va alle buste (apertura lunedì 29 giugno)
Rey Volpato: resta al Bari a titolo definitivo
Francesco Volpe: rinnovata la partecipazione con il Livorno
Marcelo Zalayeta: rinnovata la partecipazione con il Napoli

queste sono quelle meno in risalto, di Criscito e Palladino ne avevo già ampiamente parlato...


June 26

PAVEL NEDVED "LA FURIA CECA"

Avevo già commentato l'addio al calcio (???) di Pavel Nedved in qualche intervento fa, ma un Campione come lui merita un suo intervento...




Pavel Nedved è nato il 30 agosto del 1972 a Cheb da papà Vaclav, bracciante, e mamma Ana, casalinga. Si è sposato con Ivana, all’età di 21 anni, e ha due figli che hanno i loro stessi nomi: Ivana e Pavel. Si è regolarmente diplomato geometra.


Lontano dai campi di calcio, Pavel dedica molto tempo alla sua preparazione atletica: corre e fa molta attività sportiva. Smessi i panni dello sportivo, si trasforma in un papà attento e premuroso: gioca molto con entrambi i figli.
Quando si vuole rilassare, ascolta un po’ di musica – Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Shakira – e guarda qualche film, possibilmente in cui ci sia Robert De Niro, il suo attore preferito. Insomma ciò che farebbe una qualsiasi persona normale.

È un vero buongustaio che sa apprezzare la buona tavola. Adora riscoprire i piatti tipici della tradizione popolare in cui mette radici. È stato così quando viveva a Roma ed è così anche a Torino. Adora gli spaghetti alla “poverela di Attilio”, il tutto accompagnato da un buon vino rosso piemontese, come la Barbera, il Barbaresco o il Dolcetto d’Alba.



Il look di Pavel è molto vario. Come la stragrande maggioranza degli sportivi, indossa abiti comodi per quando deve allenarsi, mentre sceglie qualcosa di più elegante e più raffinato per quando deve uscire la sera. Non è particolarmente attento agli accessori anche se ha un occhio di riguardo per le scarpe, sempre intonate con il vestito, e per gli occhiali da sole.



Pavel è uno sportivo che, oltre ad amare profondamente il suo lavoro, è molto attento alla forma fisica tanto da allenarsi anche nei momenti in cui i suoi compagni si riposano. Non passa giorno infatti, in cui non esca per correre, prima di recarsi al campo d’allenamento.



Iniziò giocare a 5 anni nel TJ Skalná, poi passò nei settori giovanili del RH Cheb
Škoda Plzen VTJ Tábor Dukla Praha e, infine, giunse nello Sparta Praga. All’inizio della sua carriera veniva spesso utilizzato come attaccante, poi, il suo allenatore di allora, intravide in lui delle grandi doti di centrocampista offensivo. Lo fece provare in quel ruolo e da allora divenne la “Furia Ceca” che noi oggi conosciamo.




Con la maglia bianconera, ha vinto la bellezza di 4 scudetti. E anche se la giustizia sportiva ha decretato la rassegnazione dell’ultimo (stagione 2005/06) e la revoca di quello del 2004/05, lui li considera comunque come suoi.



Lontano dai colori della Juventus ricorda con particolare emozione la vittoria della Coppa delle Coppe e della Supercoppa Europea con la maglia della Lazio.





Il suo sogno più ricorrente è quello di vivere sereno con la sua famiglia e si augura che i suoi figli possano un giorno realizzarsi ed essere felici. Per quel che riguarda l’ambito sportivo, gli è rimasto un unico obiettivo: vincere con la Juventus in Champions League (sfuggita nel 2003 la Finale a Manchester perchè squalificato).






Quella contro la Lazio è stata l’ultima partita in bianconero del ceco che ha annunciato la fine del rapporto con il club.




Come tutte le storie più belle, anche quella tra la Juventus e Pavel Nedved è giunta alla fine. Una storia fantastica durata otto stagioni e ricca di soddisfazioni per entrambi.

Nedved è arrivato in bianconero all’inizio della stagione 2001/02, proveniente dalla Lazio, società che lo ha portato in Italia e con la quale aveva già vinto uno Scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe Italiane, una Coppa delle Coppe e una Coppa Uefa.





In bianconero la sua bacheca si allarga ulteriormente. Fin dalla prima stagione, in cui contribuisce a far vincere lo Scudetto in rimonta sull’Inter. Indimenticabile il gol di Piacenza a due giornate dalla fine che riaprì la corsa.




L’annata 2002/03 è ancora più ricca di soddisfazioni: arrivano un altro tricolore e una finale di Champions League contro il Milan che lui non può giocare per squalifica. Ma ciò non gli impedisce di vincere meritatamente il Pallone d’Oro 2003.




Finita l’era Lippi, con Capello allenatore dà il suo contributo per altri due Scudetti vinti sul campo e poi revocati. E’ tra i bianconeri che decidono di legare il proprio nome al club anche durante la parentesi in Serie B e, con le sue prestazioni e i suoi gol, lo riporta prima in A poi nuovamente in Champions League.





Chiude con la sua 327ª presenza (da Capitano perchè Del Piero gli cede la fascia) a cui vanno sommati 65 gol. Numeri che raccontano molto (ma non tutto!) di quello che Pavel Nedved ha rappresentato per la Juventus.





Parole per descriverlo non ce ne sono...spero bastino queste...Pavel Nedved un Grande Campione dentro e fuori dal campo...ci mancherai Furia!!!



PALMARES:


Per il suo addio creai un evento nel mio gruppo di Facebook "I LOVE JU!!!"; "Ultimo saluto all "Furia Ceca" Pavel Nedved, Pavel Nedved uno di noi sempre!!!"

  

  

pensare che quella è stata l'ultima volta che abbiamo ascoltato...CON IL NUMERO 11...PAVELLLLLLLLLL...NEEEDVEDDDDDDD...mi mette tristezza...GRAZIE DI TUTTO PAVEL!!!...PER SEMPRE UNO DI NOI!!!






 
 
 
 
 
 
 
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